Federico Maria Tinello agente immobiliare e sportivo, 34 anni

Ho giocato a calcio fino in Eccellenza e a calcetto fino alla serie C per più di 20 anni. Pietro mi ha riconfigurato completamente. A un torneo mi sono anche rotto il tendine d’Achille sinistro, e per uno che gioca a calcio è una delle cose peggiori che possa capitare. Con Pietro abbiamo trovato la quadra e poi è diventato il mio punto di riferimento. Non lo definisco solo un fisiatra. Lui è uno che fisicamente e atleticamente è in grado di prepararti come pochi sanno fare. E la differenza tra lui e altri che ho incrociato durante la mia vita atletica è che lui sa leggere bene le situazioni, e se non può risolvere il tuo problema, ti mette in contatto con persone in grado di aiutarti con estrema competenza. Ha una rete valida di collaborazioni. In più adotta una metodologia che include tutto, dal farmaco alle cure più naturali, dall’omeopatia all’alimentazione.

Quale fu il primo motivo che ti portò a consultare il dottor Picotti?

Ho giocato a calcio fino in Eccellenza e a calcetto fino alla serie C per più di 20 anni. A 15 ho avuto i primi grossi problemi alla schiena. Mi volevano mettere il busto e bloccare a livello agonistico. Poi alcuni amici di famiglia mi hanno messo in contatto con Pietro e da lì ho iniziato ad affidarmi al suo metodo. All’inizio mi accompagnavano i miei genitori perché non ero ancora maggiorenne. Ci andavamo anche un  paio di volte a settimana per seguire le terapie e tornare a giocare ad alti livelli. Ma non era solo un problema di scoliosi, Pietro mi ha riconfigurato completamente anche per via delle rotule bipartite. Invece di averne due, ne ho quattro, di rotule.

Poi ci sei tornato?

Sì, da quel momento mi ha sempre seguito lui. A un torneo mi sono anche rotto il tendine d’Achille sinistro, e per uno che gioca a calcio è una delle cose peggiori che possa capitare. Mi hanno così operato d’urgenza e chi mi operò mi disse che non sarei più tornato a giocare come prima. Quella volta inviammo subito la cartella clinica a Pietro e io gli dissi che sarei dovuto tornare come prima. E così iniziò un’altra avventura, avanti e indietro dal suo ambulatorio per le sue manipolazioni, e in aggiunta mi mandò a Bussolengo dove c’era una palestra affiliata a lui che mi seguiva per la riabilitazione. La cosa andò avanti per alcuni mesi, due volte la settimana. In un anno tornai a essere quello di prima e tutt’ora non ho strascichi, cosa difficile per chi rompe il tendine di Achille che solitamente mantiene una leggera zoppia. È questione di pochi millimetri di questo tessuto tendineo che però ha provocato problemi a tennisti e a calciatori che dopo un intervento come il mio non sono più tornati a giocare come prima. Con Pietro abbiamo trovato la quadra e poi è diventato il mio punto di riferimento.

Cosa intendi per punto di riferimento?

Qualsiasi cosa abbia, o qualsiasi cosa colpisca un componente della mia famiglia, il primo consiglio lo chiediamo sempre a lui, prima di qualsiasi altro specialista. Il valore più grande è proprio questo rapporto umano che ho costruito con lui. Inoltre, posso dire che anche a livello professionale, con me, non ha mai sbagliato niente, e mi ha dato la possibilità di fare attività agonistica, e per me rinunciarci a soli 15 anni sarebbe stata una cosa atroce. Quattro o cinque anni fa iniziai un giorno a stare male. Non riuscivo ad alzarmi dal divano. E pensare che io sono un tipo attivo che pur facendo l’agente immobiliare non riesco mai a stare fermo. In ospedale mi dissero che era una piccola infezione curabile con antibiotici. Anche quella volta però mi rivolsi a Pietro, e lui mi consigliò di fare alcune analisi. Venne fuori che avevo preso la toxoplasmosi e fu sempre Pietro a consigliarmi il professionista al quale rivolgermi per risolvere anche questa faccenda qua.

Mi sembra di capire che il dottor Picotti sia uno di quelli che ha le intuizioni giuste, indipendentemente dalla sua specializzazione.

Infatti io non lo definisco solo un fisiatra. Lui è uno che fisicamente e atleticamente è in grado di prepararti come pochi sanno fare. In più dispone di una struttura che gli permette di spaziare a 360  gradi. Ma la differenza tra lui e altri che ho incrociato durante la mia vita atletica è che lui sa leggere bene le situazioni, e se non può risolvere il tuo problema, ti mette in contatto con persone in grado di aiutarti con estrema competenza. Ha una rete valida di collaborazioni. In più adotta una metodologia che include tutto, dal farmaco alle cure più naturali, dall’omeopatia all’alimentazione.

L’approccio di Pietro infatti è un approccio olistico che tiene conto di tanti fattori.

Lui ti spiazza con le sue domande, e sempre per il tuo concetto che hai di medico non te le saresti mai aspettate. Ma quando entri nella sua modalità non ti spiazza più ma ti piace che lui vada in profondità. E può occuparsi di tutti, da zero a 99 anni.

Non è solo un dispensa farmaci, insomma.

Esatto, e al giorno d’oggi è un grande valore. Oggi 9 medici su 10 non tentano neanche di risolverti il problema a monte, ma cercano fin da subito di occluderlo con una terapia farmacologica. Mettono in stop il dolore e ti illudi di aver risolto, mentre il problema invece rimane.

Poco fa hai detto, parlando del tuo percorso di guarigione con Pietro, abbiamo trovato la quadra! Sembra quasi che il percorso per il ritorno al benessere l’abbiate trovato assieme.

Penso che molto venga creato dall’empatia reciproca. Forse questa modalità non è uguale per tutti perché c’è quel paziente che si fida ciecamente, o quel paziente che tiene sempre una distanza e Pietro stesso è portato a non forzare la mano e adattarsi al paziente.

Quindi il percorso di guarigione viene a crearsi dalla relazione che si tiene tra medico e paziente, giusto?

Secondo me, sì. In più, Pietro è capace di dire quelle parole che ti permettono di credere nella risoluzione del problema, o ti aiutano ad accettarlo e a vederlo da un’altra prospettiva. Molti si accontentano di rivolgersi al primo medico che trovano vicino a casa perché pensano che siano tutti uguali e che basti essere laureati in medicina per essere un buon medico.

C’è un aneddoto che riguarda il dottor Picotti?

Ogni tanto mi dice Fede fermati qua, sei finito non tornerai più! E per provocarmi mi dice che è arrivato il tempo di mollare. Non credo lo faccia con tutti, lo fa con me perché ha visto che con me funziona.

Forse perché sei uno che ama la sfida e in questo modo riesce a tirare fuori da te quella grinta che serve per farcela.

Esatto! Il suo approccio non è di certo un approccio al quale la popolazione media è abituata.

Come lo definiresti questo suo approccio?

Umano, competente, naturale. Pietro non va a forzare gli eventi ma a capire il problema, e ti mette in una condizione per risolverlo in modo naturale. In più, il suo è un approccio empatico, e questo è molto importante perché se hai un rapporto distaccato quello che ti dice lo prendi in maniera diversa, quando c’è empatia e lui ti dice qualcosa tu finisci per assorbirla. In più è un approccio dinamico. Pietro non è mai fermo e cerca sempre nuovi collaboratori. E i metodi sono all’avanguardia. Pietro ha uno standard che va oltre l’impostazione italiana e oltrepassa i confini.

Ora si sente parlare anche da qualcun altro del suo metodo, ma quando mi ruppi il tendine, quasi dieci anni fa, Pietro mi faceva fare cose che i calciatori di serie A hanno iniziato a fare solo negli ultimi due anni.

L’empatia non è così usuale nel rapporto tra medico e paziente, vero?

No, infatti con certi medici il rapporto rimane asettico e ti accorgi di essere solo un numero.